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martedì 27 maggio 2008

Henri de Toulouse-Lautrec


Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901) è un pittore francese, tra le figure più importanti del panorama artistico di fine '800.
Nato da una famiglia di origini nobili ebbe fin da piccolo un cagionevole stato di salute, inoltre all'età di 13 anni si ruppe entrambi i femori. Le sue gambe non guarirono del tutto e smisero di crescere; così da adulto era alto 1,52 m, ma gli arti inferiori erano quelli di un bambino. Queste menomazioni lo spinsero ancor di più a concentrarsi nel campo artistico, diventando un talentuoso pittore e ritrattista, sulla scia dei colleghi impressionisti (fu un grande ammiratore di Cézanne, Renoir, Manet e in particolar modo di Degas). Henri conobbe e diventò grande amico di Van Gogh, il quale gli fece scoprire la xilografia giapponese. Nel 1884 andò a vivere nel quartiere di Montmartre, un luogo di grande ispirazione e fermento non solo artistico, infatti Henri vi condurrà una vita molto intensa. Assiduo frequentatore di cabarèt, caffè e bordelli; ospite fisso del Moulin Rouge e di altri teatri e locali di Parigi tanto da venir definito "l'anima di Montmartre". Era inoltre un alcolista e soffriva di crisi depressive e nevrosi, tanto che sarà addirittura ricoverato in manicomio negli ultimi anni della sua vita. Dei suoi vent'anni di produzione rimangono ben 600 dipinti, ma Henri è ricordato soprattutto come uno dei più geniali grafici della storia dell'arte, soprattutto nell'uso della litografia. Spesso gli venivano commissionati manifesti pubblicitari per i locali parigini (alcuni riportati in questo post) ed Henri li rese dei veri capolavori entrati di diritto nella storia. Queste celeberrime "pubblicità" sono state, e sono ancor oggi, fonte di ispirazione per grafici; ma soprattutto sono entrate nell'immaginario collettivo. Con i suoi manifesti Henri ci racconta la vita della Parigi di fine '800, rendendo immortali tutte quelle figure umane (camerieri, ballerine, proprietari, clienti) rappresentative della Belle èpoque.
























lunedì 12 maggio 2008

Dylan Thomas


Il 5 novembre 1953 Dylan Thomas è al Chelsea Hotel a New York; lo stesso Chelsea Hotel dove Dylan (Bob) scriverà Sad-Eyed Lady of the Lowlands per la moglie Sarah; lo stesso Chelsea Hotel di Joan Baez, di Leonard Cohen e altri artisti sregolati che vi troveranno rifugio. In una stanza di quel celebre hotel una ventina di whiskies lisci gli saranno fatali e dopo 5 giorni di coma il poeta gallese morirà. Dylan Thomas era un bohémien, un pacifista, un alcolista (si presentò alla visita di leva completamente sbronzo), un uomo che non sapeva gestire i suoi soldi e che viveva su una barca, e probabilmente uno dei più grandi poeti inglesi moderni. Le sue liriche sono folgorazioni, visioni, sogni, misticismo, ritmo e melodia (non andrebbero lette, andrebbero cantate, nella migliore tradizione dei bardi del Galles). La genesi delle sue poesie, come dichiarava lui stesso, era un travaglio interiore, era rincorrere un immagine per svelarne una più in profondità, un continuo flusso di visione in visione verso l'abisso o il paradiso. Thomas ha scritto su tutto, sulla nascita, sulla morte, sull'amore, sulla natura, sul sesso con un linguaggio magico ed onirico a volte veramente difficile da seguire. E allora anche se non si comprende appieno il significato non resta che abbandonarsi alla bellezza dei versi. "Una bella poesia é un contributo alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che gli si è aggiunta una bella poesia." (Dylan Thomas 1914-1953)

lunedì 5 maggio 2008

Adolfo Wildt


Adolfo Wildt è uno scultore italiano vissuto tra il 1868 e il 1931. Nonostante sia un maestro nella lavorazione del marmo (paragonabile a Canova) è sconosciuto a molti, forse perchè le mostre a lui dedicate in questi ultimi 50 anni si contano sulle dita di una mano. Wildt nasce a Milano da una famiglia di origine svizzera molto povera, dovrà lasciare la scuola a 9 anni e lavorare come garzone da un parucchiere e poi da un orafo. A 11 anni entra nella bottega di Giuseppe Grandi, dove impara a scolpire e poi si iscrive a Brera all'Accademia. Durante una sua esposizione a Brera conosce un ricco collezionista prussiano, Franz Rose, che diventerà suo amico e mecenate, finanziando le sue opere fino al 1912. Nel 1921 fonda a Milano una scuola del marmo. Guardando le opere di Wildt si nota subito la cura maniacale dell'artista nello scolpire il marmo e successivamente nel levigarlo e lucidarlo dando al materiale purezza e plasticità. La luce può così giocare sulle superfici perfettamente lisce evidenziando la misticità ed il senso onirico delle forme. Nelle sue opere Wildt esalta il senso del silenzio, della malinconia, della sofferenza della vita, ma anche della gioia e della delicatezza. Spesso lo scultore deforma le figure, accentuando uno zigomo, un sopraciglio allo scopo di esprimere il sentimento desiderato. Questo suo modo di rappresentazione della realtà lo accomuna ai pittori espressionisti. Come scrisse egli stesso: "Scolpire significa immettere lo spirito nella materia".








San Francesco




















Filo d'oro

martedì 29 aprile 2008

Caspar David Friedrich: Vita e Analisi delle Opere del pittore del Romanticismo tedesco

Caspar David Friedrich nacque nel 1774 a Greifswald in Pomerania, all’epoca sotto il controllo del Regno di Svezia. Dal 1794 al 1798 studiò presso l’Accademia d’Arte di Copenaghen in Danimarca. Nel 1798 si trasferì a Dresda, dove visse fino alla sua morte nel 1840. Si rifiutò sempre di compiere il tradizionale viaggio in Italia.

Friedrich è il maggiore esponente della pittura romantica tedesca ed è l’artista che meglio ha saputo trasmettere su tela la tensione umana verso l’infinito e l’anima universale, a cui appartengono l’uomo e la natura.

Secondo Friedrich: “Il compito dell’artista non è la rappresentazione fedele dell’aria, dell’acqua, delle rocce, degli alberi: la sua anima e la sua sensibilità devono rispecchiarsi nella sua opera. Il compito di un’opera d’arte è di riconoscere lo spirito della natura, comprenderlo, registrarlo e renderlo con tutto il cuore e il sentimento”.


E’ impossibile non percepire un senso di desolazione e di inquietudine nell’osservare il “Monaco in riva al mare” (1808-1809, olio su tela, 110 x 171 cm, Berlino).
Si possono distinguere tre zone in cui la tela è suddivisa, ma, trasmettono lo stesso senso di vuoto e l’occhio ha difficoltà a soffermarsi su un unico punto.
Lo scrittore Heinrich von Kleist, a tal proposito, disse: “A causa della sua monotonia e sconfinatezza, con nient’altro se non la cornice come sfondo, uno sente come se le proprie palpebre fossero state tagliate via”.
Dinnanzi alla vastità della natura si distingue la piccola figura di un monaco in contemplazione sulla spiaggia, che evidenzia il contrasto tra la finitezza dell’uomo e l’infinitezza dell’universo.
Rauch commentò: "Si tratta sempre del dialogo del singolo con l'incommensurabilità dell'universo, un dialogo che invano attende una risposta di Dio".


Nella "Abazia nel querceto” (1809, olio su tela, 110,4 x 171 cm, Berlino) manca il senso della profondità e le forme assumono sembianze astratte, facendo percepire una certa insofferenza da parte Friedrich nei confronti delle convenzioni.
Le croci conficcate nel terreno e le figure spettrali dei monaci, che trasportano le spoglie dell’artista stesso verso la sepoltura, sono espressione di un’attenzione per i simboli religiosi e di un gusto cimiteriale.
Il tragitto compiuto dalla salma, che sta per varcare il portale dell’abazia, rappresenta il passaggio dalla vita terrena alla vita eterna, quest’ultima simboleggiata dalle prime luci dell’alba, che irradiano un gelido mattino invernale.
Le rovine del convento creano una immagine al di fuori del tempo, rievocando il Medioevo ed una intensa spiritualità religiosa, confinata ed oppressa dal razionalismo settecentesco.
Nel 1830 Friedrich scrisse: “Chiudi il tuo occhio fisico, così che tu possa vedere il quadro con l’occhio dello spirito. Poi porta alla luce del giorno ciò che hai visto nell’oscurità, così che possa reagire con gli altri, dall’esterno verso l’interno”.


Il naufragio della Speranza” o “Il mare di ghiaccio” (1832, olio su tela, 73,5 x 102,5 cm, Berlino) è un dipinto di soggetto nazionalistico, realizzato su commissione.
Tra le lastre di ghiaccio che svettano verso l’alto, si intravede una nave incagliata e si può intuire il dramma, ormai giunto a conclusione, di coloro che vi sono rimasti intrappolati.
La tragedia si è elevata, in questo caso, fino a toccare il sublime. La natura, infatti, si è scatenata con tutta la sua forza contro l’uomo, il quale può solo rendersi conto della propria impotenza di fronte ad essa.
Il contrasto luminoso creato dal rosso della luce che si riflette sui ghiacci, accentua ulteriormente il senso tragico e terrificante che pervade quest’opera.
“Il naufragio della Speranza”, molto probabilmente, rappresenta la speranza di unificare i territori tedeschi, che ormai sembra essere naufragata.

Pubblicato su UNO PROVOCATORIO

lunedì 28 aprile 2008

I Macchiaioli



In riferimento all'articolo sulla mostra di Taragoni, colgo l'occasione per parlare dei Macchiaioli (che vedete nella foto in posa gogliardica). La "scuola" dei Macchiaioli, nata nel 1856, è uno dei movimenti artistici più importanti del panorama italiano e anche internazionale di fine Ottocento. Il termine è stato coniato in senso dispregiativo perchè questi pittori erano delle personalità anticonformiste, fuori dagli schemi, rifiutavano le regole accademiche e rivendicavano la propria libertà artistica. La "sede" di questa "scuola" (che altro non era se non una comunità di giovani talenti legati dall'amicizia e dagli intenti) era una saletta del Caffè Michelangelo a Firenze nella quale, in un clima fremente ed irrequieto, tra una bevuta e una chiaccherata, questi artisti teorizzavano una nuova filosofia di pittura, scambiandosi impressioni e stimoli l'uno con l'altro. La loro poetica era in contrasto con Romanticismo o Neoclassicismo, era piuttosto legata ad una forma di Verismo; una pittura a stretto contatto con la realtà. I Macchiaioli affermavano che la forma non esiste, tutto è creato dalla luce e viene percepito dall'occhio umano attraverso il colore. Per questo motivo il mondo, la natura, vanno rappresentati sulla tela con macchie di colore, ora distinte ora sovrapposte ad altre macchie. Certamente il quadro deve rappresentare alla fine la forma che sta davanti agli occhi del pittore (non stiamo parlando di arte astratta), ma il modo di dipingere è quanto mai innovativo. Inevitabile notare l'affinità con i colleghi impressionisti (frequenti furono le visite di questi artisti a Parigi); probabilmente le due scuole si sono vicendevolmente influenzate essendo nate nello stesso periodo. Ai Macchiaioli va il merito di aver portato la pittura fuori dalle stanze delle accademie, l'atto creativo a diretto contatto con la natura, en plein air direbbero i francesi.







Silvestro Lega Il pergolato













Giovanni Fattori Il riposo










Telemaco Signorini La toilette del mattino

lunedì 21 aprile 2008

Donne e pittura: Tamara de Lempicka



La pittura non è prerogativa solo di noi uomini. Le donne pittrici sono meno famose, inferiori in numero ma certamente non in talento e sensibilità. Un esempio è proprio la pittrice polacca Tamara de Lempicka, vissuta tra il 1898 e il 1980. Di origini aristocratiche ha vissuto in Polonia, poi a Parigi e all'inizio della seconda guerra si è trasferita negli USA, in California e successivamente a New York. All'inizio della sua carriera ha dovuto firmare alcune opere con un nome maschile. Donna dalla forte personalità, affascinata dalla femminilità (anche mentre era sposata ha avuto diverse relazioni con altre donne) ha conosciuto Marinetti (una sera in un locale parigino avevano progettato di incendiare il Louvre) e D'Annunzio. Frequentatrice di party mondani, dotata di grande slancio vitale, ma anche di periodi di grande depressione; nei suoi quadri (riconducibili all'Art Decò) vengono mostrati la vita, le personalità, la moda degli anni '30. Tamara ha uno stile molto particolare che ricorda i cubisti o lo stesso Cezanne; il disegno è molto curato, con linee precise, dirette; le forme sono plastiche, dalle curve semplici; i colori splendono per la loro vivacità, denotando una spiccata sensibilità e un'arte tutt'altro che fredda. Abile ritrattista, soprattutto di donne (notate come "descrive" le mani femminili), le sue figure non sono realistiche anche se molto definite, sono allucinate e morbide e paiono quasi uscire dalla tela. Insomma una grande pittrice, che non ha nulla da invidiare ai colleghi maschietti, anzi...





sabato 19 aprile 2008

Il Superuomo di D'Annunzio: Interpretazione dannunziana di Nietzsche e Romanzi del superuomo

D’Annunzio riprende il pensiero di Nietzsche, ignorando la critica che il filosofo attua nei confronti dell’ideologia, la quale tende ad inquadrare la realtà all’interno di schemi rigidi formati da presunte verità, e, invece, ne esalta l’aspetto vitalistico, attraverso l’esaltazione della volontà dipotenza (impulso fondamentale della vita), e l’aspetto dionisiaco, che ci spinge ad immergerci nel caos della vita stessa. L’estetismo si fonde con il bellicismo, che non ha più solamente motivazioni nazionalistiche, ma, diventa celebrazione della violenza e della strage.


Nelle opere del superuomo dannunziano, l’esteta unisce, così, il culto della forza a quello della bellezza, trasformandosi da dandy in superuomo.


Nel romanzo “Le Vergini delle rocce”, il protagonista, Claudio Cantelmo, è alla ricerca di una donna degna di lui, con cui dare vita ad un figlio, che sia il futuro Re di Roma ed il capostipite di una razza superiore.
L’arte, in particolare la poesia, viene concepita come strumento per difendere la Bellezza, possibile solo in una società elitaria, dalla meschinità della democrazia borghese e dall’arroganza delle plebi (la “Gran Bestia”).
D’Annunzio mantiene, perciò, le stesse posizioni che aveva assunto nell’articolo “La Bestia elettiva” (25-26 settembre 1892) che scrisse per Il Mattino. Nel quale, attacca il suffragio universale sostenendo che “è stato inventato con straordinaria accortezza per spogliare le plebi dei propri diritti” e disprezza le plebi affermando che “resteranno sempre schiave e destinate a soffrire”.
Ovviamente, il romanzo riceve il nome dalla celebre opera di Leonardo, pensato dall’autore come l’eroe rinascimentale per eccellenza, in cui trovano sintesi pensiero e azione, vita e arte.

Nel romanzo “Il Fuoco”, il protagonista, Stelio Effrena, ha superato i dubbi che aveva Andrea Spirelli ne “Il Piacere”, il quale nel tentativo di “fare la propria vita come un’opera d’arte” si era scontrato con una società di massa che al valore qualitativo della Bellezza aveva preferito quello quantitativo del profitto.
Qui, invece, l’artista diviene in grado di imporsi sulle masse attraverso la manipolazione culturale e la creazione di nuovi modelli di vita.

La ricerca dell’onnipotenza dell’io, però, deve scontare anche il rischio della vanità dello sforzo e della sconfitta.
Nel “Forse che sì forse che no”, ad esempio, il protagonista troverà il riscatto e la gloria grazie ad un eroico volo aereo. La macchina diviene, in tal modo, il mezzo che consente al superuomo la sua affermazione.

In definitiva il superuomo dannunziano piega l’intero mondo che lo circonda (la donna, le macchine, la natura,..) al proprio progetto di affermazione.

Pubblicato su UNO PROVOCATORIO

Bibliografia:
- “Il piacere”, Gabriele D’Annunzio, Classici Moderni Oscar Mondadori

- “Le vergini nelle rocce”, Gabriele D’Annunzio, Oscar Mondadori
- “Linea di una bibliografia italiana su Nietzsche”, a cura di Roberta Amà e Donatella Cervi
- Tratto e liberamente rielaborato da “Il mito del super uomo”, La scrittura e l’interpretazione - Volume 3, G. B. Palumbo Editore, 2000
- Storia e antologia della filosofia – Ottocento e Novecento, Editori Laterza, 2000

lunedì 14 aprile 2008

Edgar Lee Masters


Probabilmente Edgar Lee Masters verrà ricordato come lo scrittore di un solo libro: la "Antologia di Spoon River", pubblicata in Italia per volere di Pavese solo nel 1943 (ma uscita negli USA nel 1915) e famosa per l'album del cantautore Fabrizio de Andrè "Non al denaro, non all'amore nè al cielo" liberamente ispirato all'opera dello scrittore americano.
Masters ha sempre scritto poesie fin da bambino, ma ha dovuto conciliare questa sua passione con i suoi problemi economici: ha svolto svariati lavori, prima col padre, poi cercando fortuna a Chicago come giornalista, esattore ed infine in uno studio legale. Come scrittore non ha mai avuto fortuna fino al 1914, l'anno di grazia nel quale scriverà le 244 poesie dell'Antolgia. Un anno di ispirazione e poesia incastonato in una vita da avvocato.

Come detto l'opera è costituita di 243 poesie più La collina che funge da prologo. L'idea alla base dell'Antologia è geniale: in ogni poesia una delle centinaia di persone sepolte sulla collina in riva al fiume parla dall'aldilà, si racconta e si svela come mai aveva fatto nella vita. Così veniamo a sapere, grazie alla voce dei morti che soffia dalle lapidi, di ciascuno la storia, il momento del trapasso, i dolori e i rimpianti. Ogni poesia diventa un epigrafe cantata con uno stile rozzo, a volte poco musicale, ma sempre efficace (consiglio di leggerla anche in lingua originale). Masters ci regala un incredibile omaggio alla vita: tutti i morti sono profondamente legati a ciò che è successo loro, ricordano situazioni, paesaggi, un gesto, un'emozione e tutto assume i contorni della sacralità perchè inchiodato all'attimo decisivo della morte. Lo scrittore americano ci offre un esemplare catalogo di personalità che attraverso la loro voce ci descrivono anche la vita del paese. Veniamo così a conoscenza della corruzione, delle invidie, dei soprusi di Spoon River. Il paese diventa allegoria del mondo in generale e l'Antolgia si veste di una funzione etica. Ma quello che più rimane di questo capolavoro è la voce stessa dei morti, la voglia di raccontare a chi passeggia tra queste lapidi, con una manciata di versi, una vita intera. Per ricordare, per non dimenticare tutti quelli che "...dormono, dormono sulla collina."

venerdì 7 marzo 2008

Approfondimento su Arnaldo Pomodoro



Arnaldo Pomodoro

Arnaldo Pomodoro è uno tra gli scultori contemporanei italiani più conosciuto e stimato tanto in Italia, quanto all’estero. Basti pensare che le sue monumentali opere sono state installate nelle più famose piazze del mondo, da Roma a Dublino, da Los Angeles a Copenaghen. Si occupa inoltre di scenografie per spettacoli teatrali. Questo articolo si concentra sull’opera scultorea dell’artista (con frequenti citazioni per lasciare la parola a Pomodoro stesso) e traccia una biografia della vita.

La vita
Arnaldo Pomodoro nasce nel 1926 a Morciano di Romagna. Dopo pochi mesi la famiglia si sposta a Orciano di Pesaro, nelle Marche, dove Arnaldo trascorre l’infanzia. Successivamente si trasferisce a Rimini per proseguire gli studi. Frequenta la scuola media e poi l’istituto tecnico per geometri. Durante la guerra ritorna a Orciano. Si appassiona alla lettura di autori contemporanei italiani e stranieri, fra cui, in particolare, Vittorini, Pavese, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, Fitzgerald. Conclusa la guerra, ottiene il diploma di geometra e si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Bologna. Lavora al Genio Civile di Pesaro, con incarico di consulenza per la ricostruzione di edifici pubblici; continua questo lavoro fino al 1957. Frequenta anche l’Istituto d’Arte di Pesaro.
Nel ’53 partecipa a un concorso di scenografia promosso da A. G. Bragaglia e ottiene un premio. Visita la grande mostra di Picasso al Palazzo Reale di Milano e poi vi si trasferisce. A Milano stringe amicizia con molti artisti e uomini di cultura. Di questa esperienza milanese Pomodoro dice: “Devo dire che l’accoglienza a Milano fu molto positiva. Allora Milano era estremamente viva e vitale, con un’impronta europea e internazionale. È qui che cominciai a frequentare artisti e uomini di cultura (oltre a Fontana, Baj, Dangelo, Milani, Sanesi, Mulas…) e ad avere l’appoggio dei poeti e degli scrittori. Molto importante è stata la conoscenza con Fernanda Pivano e Ettore Sottsass: in casa loro ho avuto i primi incontri con gli americani. Così sono entrato in un mondo non solo milanese, ma internazionale.” [Nota: tutte le citazioni di questo articolo riferite a Pomodoro sono tratte da una splendida intervista di Sandro Parmiggiani che è stata fatta in occasione di una mostra a Palazzo Magnani (Reggio Emilia). Per chi volesse leggerla tutta, è reperibile sul sito www.palazzomagnani.it]. Prime mostre, insieme al fratello Giò, e invito alla Biennale di Venezia nel ‘56. Nel ‘58 espone a Colonia (Kölnischer Kunstverein), Düsseldorf (Galerie 22), Bruxelles (Galerie Helios Art). Un premio di studio del Ministero degli Affari Esteri gli consente il primo viaggio negli Stati Uniti nel 1959, a New York e San Francisco, dove organizza una mostra di artisti italiani con il titolo New work from Italy. Circa gli States Pomodoro dice: “Il desiderio di andare negli Stati Uniti era soprattutto motivato dalla grande curiosità di conoscere da vicino gli artisti americani, dopo che avevo visto alcune opere straordinarie portate in Italia da Peggy Guggenheim, e altre alle Biennali di Venezia e di Parigi.” A New York, infatti, incontra gli scultori David Smith e Louise Nevelson. Si forma nel ‘60 il “Gruppo Continuità” (Perilli, Novelli, Turcato, Dorazio, Arnaldo e Giò Pomodoro) per la ricerca astratta fra materia e segno. Giulio Carlo Argan e Guido Ballo organizzano le prime mostre del gruppo. In occasione del "Festival dei due mondi" di Spoleto, nel 1962, nella mostra di sculture nella città, presenta un'opera in ferro (un cilindro di m. 5.60 di altezza e cm. 60 di diametro) che segna il passaggio alla scultura volumetrica. Moltissime mostre in questi anni sparse in tutto il mondo. Realizza nel 1963 la sua prima sfera. Riceve il "Premio Internazionale per la Scultura" alla Biennale di San Paolo del Brasile. Nel 1964 ha una sala personale e il "Premio Nazionale di Scultura" alla XXXII Biennale di Venezia: qui, come a San Paolo, sono significative le sfere e i cilindri con perforazioni e lacerazioni interne. Nel 1966 la Stanford University lo invita come artist in residence. Fa amicizia con i poeti della generazione “Beat”, da Ginsberg a Corso. Sul finire degli anni ’70, con l’assistenza di Eleonora e Valter Rossi, realizza una serie di opere grafiche con tecniche varie di acquatinta e interventi a rilievo in calcografia. Nel 1979, su invito del Mills College di Oakland, California, riprende a insegnare negli Stati Uniti (fino al 1984). Per quanto riguarda l’insegnamento negli States dice: “Ho sempre considerato importante l’insegnamento, il rapporto con i giovani studenti, cercando di ristabilire il clima stimolante della bottega, dove insieme si può sperimentare e progettare.

Negli Stati Uniti il metodo di insegnamento nelle arti è diverso che in Europa: si lavora insieme ai giovani, che hanno un loro studio dentro l’università, si va a vedere cosa fanno, conversando e discutendo insieme innanzitutto dei problemi che riguardano la storia dell’arte e le diverse tecniche artistiche.” E sull’America in generale: “Ho conosciuto quasi tutti gli stati americani, anche quelli centrali. Certo ho avuto la fortuna di viverci nel periodo migliore. […]Per me l’America ha rappresentato un approccio non accademico e non-retorico all’arte. In America ci sono molti collezionisti che amano il mio lavoro e che non pensano solo all’investimento, come oggi purtroppo avviene un po’ dappertutto. Ora sento che c’è una sorta di sciovinismo. Ciononostante continuo a fare due o tre viaggi all’anno negli States, soprattutto a New York che rimane un grande ring dove ci si può confrontare, l’unico ring di cui non si può fare a meno – come una volta era Parigi.” Negli anni ’80 e ‘90 Pomodoro è ormai artista affermato, continuano le sue mostre in tutto il globo, la critica scrive libri su di lui e gli vengono anche commissionate grandi sculture per la Sudameris Bank di San Paolo del Brasile, ad esempio, e per la Berkeley Library del Trinity College dell’Università di Dublino e per il Mills College di Oakland. Dal 1990 dirige il Centro TAM (Trattamento Artistico dei Metalli) scuola di "perfezionamento" nella scultura, nel gioiello e nel design, istituita in collaborazione con il Comune di Pietrarubbia nel Montefeltro, con finanziamenti del Fondo Sociale Europeo e della Regione Marche. Nel ’92 il Trinity College dell’Università di Dublino gli conferisce la Laurea in Lettere honoris causa. In occasione del 50° anniversario dell'istituzione dell'Onu, a New York, nel piazzale delle Nazioni Unite, viene collocata, dono del Governo e del popolo italiano, l'opera Sfera con sfera di metri 3,30 di diametro. Gli viene conferita dal Presidente della Repubblica l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. Nel 1996 si costituisce la Fondazione Arnaldo Pomodoro e nel luglio 1997 il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali ne riconosce la personalità giuridica. Vengono inoltre completati, su progetto di P.L. Cerri, la ristrutturazione e l'allestimento dello spazio espositivo sito a Quinto Stampi (Rozzano, Milano), dove sono raccolte le opere della Fondazione.
Riguardo alla Fondazione: “Credo che l’artista non possa chiudersi in una torre d’avorio e anzi debba essere coinvolto e proiettato nella società: è un problema etico che ho sempre sentito. Da questa consapevolezza nasce l’idea di una mia Fondazione. […]. Sono state organizzate due importanti mostre dedicate alla scultura italiana del XX secolo e al lavoro di Gastone Novelli, oltre a diverse iniziative culturali. Ha avuto luogo la prima edizione di un premio internazionale biennale istituito per sostenere il lavoro e la ricerca dei giovani scultori. Mi sembra che sia stata intrapresa la strada giusta. Oggi è importante promuovere una migliore comprensione dell’arte contemporanea da parte del pubblico – insieme ad una formazione migliore per gli artisti futuri – e dare impulso alla vita culturale e al dibattito in corso. A tutto questo vuol corrispondere la Fondazione che, oltre a far conoscere il mio lavoro, ha il fine di diventare un laboratorio di idee e di iniziative, luogo di incontro e di esperienza per gli artisti e per tutti coloro che amano l’arte.”


L’arte
Arnaldo Pomodoro, come il fratello Giò, esordì come disegnatore, decoratore e artigiano. Le sue prime opere erano pezzi di oreficeria e piccole sculture in oro o argento. L’esperienza milanese è stata essenziale alla sua formazione: le prime sculture, a metà degli anni '50, sono rilievi modellati nel ferro, stagno, piombo, argento, cemento e bronzo. La sua scrittura è costituita da segni astratti. L'uso di questi materiali inediti testimonia la ricerca e la volontà di Pomodoro di sperimentare nuovi mezzi formali ed espressivi, per approdare, negli anni ’60 e’70, alla complessità ed alla monumentalità delle opere più importanti e famose. Come scrive Luciano Caprile: “Con Arnaldo Pomodoro il passato, il presente e il futuro s’incontrano in una rappresentazione che sorprende e intimorisce, come succede al cospetto dei misteri dell’assoluto. Le sculture si propongono nella loro seducente lucentezza e nella loro ambigua asprezza. Ambigua perché porta messaggi di immediata percezione visiva ma di difficile coniugazione mentale. Ambigua perché il desiderio del tatto si ferma al limite del dolore fisico nel percorrere un frammento, un piccolo tragitto di auspicabile eternità.” È proprio questa complessità che rende le opere di Pomodoro così affascinanti, il cercare il messaggio che la scultura sembra suggerirci: “Tutto in Pomodoro pare ineccepibile e precario, tutto sembra sul punto di rivelarsi o di sgretolarsi nell’oblio definitivo.”
Quando l’artista ha in mente l’opera, prima fa degli schizzi su carta, poi però deve mettere le mani nella terra per creare il giuoco di pieni e vuoti, luci e ombre come dice lui stesso: “Avevo già capito che la strada della pittura non mi era congeniale, mentre ero attratto dalla materia che avevo bisogno di toccare e di trasformare.” La ricerca dell’artista è anche uno sperimentare materiali e tecniche diverse. Parlando di una delle sculture più famose, La colonna del viaggiatore, Pomodoro dice: “ si tratta infatti della mia prima opera volumetrica in ferro colata a staffa, a differenza delle sculture che avevo realizzato in bronzo con il metodo della fusione a cera persa, che consente di scavare i diversi sottosquadri per creare ombre e giuochi di luce. Ero appunto all'Italsider di Lovere, in provincia di Bergamo, dove si fondevano le ruote dei treni e le eliche delle grandi navi da crociera della nostra flotta.
Ho sempre lavorato con l’argilla in negativo, usando coltelli e attrezzi che pigiavo sull’argilla per ottenere rientranze e sporgenze: mi trovai invece a dovere operare con una sabbia speciale che veniva dal Kenya, miscelata con olio, perché diventasse più compatta e solida, sulla quale comunque era molto difficile lavorare. La colonna fu fusa in quattro pezzi, poi saldati tra di loro. Fu un’esperienza emozionante e stimolante non solo per me, ma anche per gli artigiani dell’Italsider, felici di lavorare con noi artisti.” Le opere di Pomodoro sono spesso grandi forme geometriche su cui l’artista scava , incide, “strappa” il materiale per farci scoprire l’interno delle figure: “Ho scelto i solidi della geometria intervenendo come una termite, per separare e togliere, per entrare all'interno della forma, per distruggerne il significato simbolico. In questo sentimento c’era forse anche la memoria della guerra.” Ad esempio le sfere di Pomodoro giocano sulla levigata perfezione di una superficie che subisce improvvise fratture che corrodono e consumano la sostanza a partire dall’interno. Sono un attentato alla perfezione; sono la lettura del nostro mondo inquieto, assalito da interrogativi esistenziali: “La sfera è una forma magica. La superficie lucida rispecchia ciò che c’è intorno, restituendo una percezione dello spazio diversa da quello reale, e crea mistero. Rompere questa forma perfetta mi permette di scoprirne le fermentazioni interne mostruose e pure.” E ancora parlando delle sfere: “Ricordo che un mio collezionista che ha studiato a Princeton, dove aveva insegnato Einstein, aveva il progetto, poi non realizzatosi, di regalare – a cento anni dalla nascita del grande scienziato – una mia sfera a quella Università. La cosa mi aveva molto colpito: le mie sfere, infatti, ricordano in un certo senso la rottura e la disintegrazione dell’atomo.” Interessante in questo senso una frase del critico del “New York Times” Pepe Karmel: “Sono sicuro che Arnaldo Pomodoro è il vero ispiratore delle immagini, del paesaggio, degli oggetti del film Guerre stellari di George Lucas. Le sue sfere lucenti che si aprono mostrano di contenere altre cose in un gioco di sorprese che ha segnato il gusto americano.”
Altre sculture sono in forma di colonne a sezione rotonda o circolare, oppure forme a spirale come Novecento (commissionata nel 1999 dall’allora Sindaco di Roma Francesco Rutelli per celebrare il passaggio del millennio. L’opera definitiva è stata collocata nel 2004 nel Piazzale Pier Luigi Nervi, un luogo particolarmente significativo che segna, per chi giunge dal mare, l’accesso alla grande città eterna): “Le sculture in forma di spirale le ho progettate, invece, ricordando le piazze dell’antica Roma, con il loro obelisco o la loro colonna. La forma crescente e avvolgente, e sempre più sottile, ha un senso di progressione continua, che è insieme di uguaglianza e di elevamento.”
Ma cos’è che ispira Pomodoro nella realizzazione di una scultura? Ci dice: “Non credo all’ispirazione, si tratta piuttosto di suggestioni, di folgorazioni che ti vengono in diverse situazioni, nei momenti più impensabili. Noi artisti siamo dotati di una particolare sensibilità nell’assorbire e nell’esprimere quello che ci sta attorno, a volte senza nemmeno capire dove si può arrivare. Per me l’opera è sempre in relazione ad ambienti (contesti) concreti che ho visto, visitato e conosciuto.” La superficie delle sue sculture è spesso rivestita di segni, incisioni, cunei che si ripetono ritmicamente, simboli di un linguaggio arcaico: “Ho sempre subito un grande fascino per tutti i segni, soprattutto quelli arcaici. Anche la scrittura mi ha attratto, dai segni primordiali nelle grotte, alle tavolette degli Ittiti e dei Sumeri.”
L’incontro e la lettura di scrittori sia italiani che stranieri ha contribuito non poco alla formazione di un proprio linguaggio e di una certa percezione della realtà: “ Il primo libro che ricordo di aver letto con passione è stato proprio Il castello di Kafka. Io mi riconoscevo nelle sue storie, e i segni delle mie prime opere contenevano elementi di analogia con le tematiche dei suoi libri: l’indecifrabilità, l’ambiguità, l’incertezza dell’essere umano, il subconscio.” E ancora: “La lettura non solo è stimolante, ma direi determinante per il mio lavoro. I più importanti poeti italiani, quelli che erano stati i miei miti di ragazzo di provincia, divennero a Milano presenze concrete, amici carissimi: Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli. In seguito avrei incontrato – grazie all’attivissima amica Fernanda Pivano – i protagonisti della Beat generation, a cominciare da Allen Ginsberg e Gregory Corso… non dimentico ovviamente Montale.”
Per le opere di grandi dimensioni, dati i costi per la realizzazione, Pomodoro lavora su commissione. Secondo alcuni ciò potrebbe limitare la libertà dell’artista e distorcerne la vera intenzione. In realtà Pomodoro ha sempre potuto esprimere la propria inventiva, anzi, le opere più grandi sono forse la somma espressione della sua arte. Realizzare una scultura per una piazza pone svariate problematiche e l’artista è stimolato nel cercare soluzioni per integrare l’opera nel contesto urbano e possibilmente valorizzarlo: “Prendo in esame ogni aspetto del luogo dove l’opera deve essere collocata con foto, rilievi e prove dimensionali e spaziali. Generalmente non sono io a scegliere i luoghi dove posizionare le mie sculture, che spesso mi vengono indicati dalla committenza, ma la collocazione di una scultura in un determinato luogo richiede sempre attenzione e studi approfonditi sul rapporto scultura-spazio circostante. La scultura è una presa di un proprio spazio entro lo spazio maggiore in cui si vive e ci si muove. La scultura, quando trasforma il luogo in cui è posta, ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo, riesce ad improntare di sé un contesto, per arricchirlo di ulteriori stratificazioni di memoria. Per me la massima aspirazione è quella di avere come ambiente, per le mie opere, l’aperto, la gente, le case, il verde. Sono perciò contento che molte mie sculture siano collocate in importanti piazze del mondo e in luoghi significativi.” L’arte nelle piazze, l’arte alla portata di tutti: “Nell’arredo urbano è fondamentale, a mio avviso, l’intervento artistico. Ciò richiede un lavoro di integrazione tra architetto e scultore, interessante e di stimolo reciproco, ma anche complesso e problematico.” A questo proposito concludiamo con le parole di Giulio Carlo Argan, che sintetizzano al meglio l’opera di Arnaldo Pomodoro: “In bilico tra metafisica e meccanica, tra cosmologia e orologeria le macchine monumentali di Pomodoro sono anche strani congegni urbanistici ed ecologici. Collocati nel paesetto marchigiano natale hanno un senso biografico, in un vecchio contesto urbano un senso evocativo, in una piazza di città moderna un senso di sintonia, sulla riva del mare un senso d’infinito. Sono sculture piene di valenze aperte, hanno bisogno di siti significativi con cui combinarsi.”


Riferimenti
Le informazioni sulla vita, sull’opera e sullo stile di Arnaldo Pomodoro, nonché le varie citazioni, come già specificato, sono state tratte da:

- it.Wikipedia.org
www.palazzomagnani.it
www.sculturaitaliana.it
svariati articoli su Pomodoro comparsi su: La Repubblica, L’Espresso, Corriere delle Alpi